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Women in Science: Shelly Masi, una vita tra i gorilla

 

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

 

A otto anni Shelly Masi vide in un documentario un gorilla di montagna accarezzare delicatamente un camaleonte. Quindici anni dopo era nella foresta della Repubblica Centrafricana, sulle tracce di un gruppo di gorilla occidentali. Da allora i gorilla sono il suo lavoro: le sue ricerche vanno avanti da oltre vent’anni.

 

Masi nasce a Roma il 14 maggio 1977. A 5 anni si trasferisce con la famiglia ad Addis Abeba, in Etiopia, dove il padre era stato trasferito per insegnare. Da bambina conosce già gli animali della savana, ma i primati la tengono a distanza: li vede troppo simili all’uomo nei suoi lati peggiori, come gli scimpanzé che nei documentari si fanno la guerra. La svolta arriva a 8 anni, con il documentario sui gorilla di montagna e il gesto attento di quel gorilla verso il camaleonte.

 

Si iscrive poi a Biologia Animale all’Università La Sapienza di Roma, dove nel 2008 ottiene il dottorato in antropologia evolutiva, in collaborazione con l’Istituto Max Planck di Lipsia. Nel 2000 le si presenta l’occasione di partecipare a una ricerca nell’area protetta di Dzanga-Sangha, nella Repubblica Centrafricana, e in particolare nel Parco nazionale di Dzanga-Ndoki. A 23 anni inizia così a studiare i gorilla occidentali nel sito di Bai Hokou (Masi, Gorilla Journal 40, 2010, https://www.berggorilla.org/en/home/news-archive/article-view/bai-hokou/).

 

Un gruppo da seguire nella foresta

 

Uno dei gruppi studiati da Masi, il gruppo Makumba, contava nel 2004-2005 tredici individui: un silverback, quattro femmine adulte, un maschio subadulto, tre giovani e quattro piccoli (Masi et al., PLOS ONE, 2015, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4495928/). “Silverback”, letteralmente “dorso argentato”, indica il maschio adulto, riconoscibile dalla fascia di peli grigio-argentei che compare sul dorso con la maturità.

 

Osservare questi animali da vicino richiede molto tempo. Negli studi sui primati si ricorre all’abituazione: dopo esposizioni ripetute e non minacciose, l’animale selvatico smette gradualmente di reagire con paura, fuga o aggressività alla presenza umana. Non ha nulla a che vedere con l’addomesticamento. I gorilla restano selvatici, ma imparano a tollerare i ricercatori.

 

Con i gorilla occidentali di pianura il processo è storicamente più difficile che con quelli di montagna, e può richiedere fino a otto anni. Vivono in una foresta fitta, dove si vede poco e perdere le tracce del gruppo è facile. A Bai Hokou l’abituazione è riuscita anche grazie alla conoscenza della foresta dei tracciatori ba’Aka.

 

Cosa mangiano i gorilla, e perché

 

Nel primo periodo il lavoro di Masi riguarda l’ecologia alimentare: capire come le variazioni stagionali nella disponibilità di frutta influenzino le scelte dei gorilla, anche in relazione al valore nutritivo ed energetico del cibo. All’epoca si sapeva ancora poco del comportamento dei gorilla occidentali osservati direttamente. Con i colleghi del Max Planck, Masi ha osservato che i gorilla diventano più frugivori quando c’è più frutta, ma il loro bilancio energetico non cambia nel corso dell’anno: nei periodi di scarsità possono contare su foglie giovani ed erbe di buona qualità.

 

Il lavoro sul campo pone anche una domanda che tornerà più volte nelle sue ricerche: le differenze fisiche tra maschi e femmine bastano a prevedere il comportamento e il ruolo di ciascuno nel gruppo?

 

Chi decide quando il gruppo si sposta

 

Nel libro Queen Kong (Albin Michel, 2025) Masi mette in discussione l’immagine del silverback come padrone del gruppo, ereditata soprattutto dagli studi sui gorilla di montagna. Nei gorilla il dimorfismo sessuale è molto marcato: il silverback ha circa il doppio della stazza di una femmina. Per molto tempo questo ha alimentato l’idea che fosse il principale decisore del gruppo, se non l’unico, ma si trattava di un’assunzione mai verificata (Nellissen et al., 2024, https://research-repository.st-andrews.ac.uk/handle/10023/32511). Le ricerche sui gorilla occidentali stanno mostrando un quadro più articolato, in cui il ruolo delle femmine pesa più di quanto suggerisca l’immagine tradizionale.

 

Il 23 ottobre 2024 Lara Nellissen, Terence Fuh, Klaus Zuberbühler e Shelly Masi hanno pubblicato su Proceedings of the Royal Society B uno studio su tre gruppi di gorilla abituati nella Repubblica Centrafricana. La domanda di partenza è semplice: quando un gruppo deve spostarsi, chi decide il momento della partenza e la direzione?

 

Silverback e femmine di rango elevato si sono rivelati più efficaci degli altri nell’indicare la direzione. Il momento della partenza emerge invece da un processo cumulativo a cui possono contribuire tutti gli adulti. Prima di muoversi, diversi individui emettono vocalizzazioni simili a grugniti, e più adulti vocalizzano, più è probabile che il gruppo parta davvero (comunicato MNHN, 23/10/2024, https://mnhn.fr/system/files/2024-10/communique-de-presse-les-gorilles-de-l-ouest-votent-avant-de-se-deplacer.pdf). Gli autori lo chiamano “vocal voting”, “voto vocale”: il termine va preso in senso lato, perché i segnali di più animali si sommano e orientano la decisione collettiva.

 

Secondo gli autori, anche in una specie con una differenza di stazza così marcata tra i sessi le decisioni di spostamento possono nascere da un processo di costruzione del consenso.

 

Cosa può dire dell’evoluzione umana

 

Lo studio nasce per capire come gli ominidi riescano a coordinare gli spostamenti di gruppo. Confrontare come decidono le diverse grandi scimmie può aiutare a capire quali forme di coordinamento e comunicazione affondino le radici lontano nell’evoluzione, e quindi a leggere meglio l’origine di alcuni comportamenti umani. Nel caso dei gorilla, pur con differenze così forti tra maschi e femmine, le decisioni sugli spostamenti coinvolgono più adulti del gruppo.

 

La ricerca fa parte del lavoro di lungo periodo sui gorilla di Dzanga-Sangha. Shelly Masi la racconterà sabato 3 ottobre alle 17 al PalaScienza (Piazza della Libertà, Bergamo), nella conferenza “Nella foresta pluviale: cognizione e intelligenza nei gorilla”, moderata da Silvana Condemi, all’interno della XXIV edizione del festival BergamoScienza.

 

 

 

di Roberto Taino, WeScience BergamoScienza

 

Illustrazioni di Francesca Milesi, WeScience BergamoScienza


Evento Live
Dove finisci tu e inizia il mondo?

Interviene: Andrea Serino, University of Lausanne (UNIL)

Modera: Gianvito Martino, Comitato Scientifico BergamoScienza

Introduce: Paola Zaratin, AISM Associazione Italiana Sclerosi Multipla