Women in Science: Jocelyn Bell e la scoperta delle pulsar
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Nella storia della scienza capita spesso che una scoperta nasca dalla capacità di osservare un fenomeno con occhi diversi, là dove altri non erano riusciti a coglierne il senso. Non sempre, però, il giusto riconoscimento va a chi ha avuto l’intuizione decisiva: è il caso di Jocelyn Bell, astrofisica britannica scopritrice delle pulsar.
Il fenomeno della scintillazione e le prime osservazioni
Per capire la portata della scoperta di Bell, è utile partire dal contesto in cui si inserisce. Negli anni Sessanta, lo studio della scintillazione – la rapida variazione di intensità che le onde radio emesse da un oggetto celeste subiscono quando attraversano i gas del mezzo interplanetario – era oggetto di ricerca di Antony Hewish, astronomo inglese. Nel 1965, insieme al suo dottorando, Samuel Okoye, Hewish aveva osservato un segnale anomalo nella Nebulosa del Granchio, senza però riconoscerne la natura.
In quello stesso anno, Bell iniziò il dottorato in astrofisica presso l’Università di Cambridge, proprio nel gruppo del professor Hewish. Tra i suoi primi incarichi, ci fu la costruzione dell’Interplanetary Scintillation Array, un radiotelescopio specializzato nella ricezione di onde radio provenienti da fonti nell’universo, situato presso l’osservatorio radioastronomico di Cambridge.
I segnali dai “Piccoli uomini verdi”
Grazie a questo strumento, Bell riuscì a percepire impulsi regolari provenienti dal cielo. Scherzosamente, nei suoi appunti, chiamò il segnale “LGM-1”, acronimo di Little Green Men: se la scienza non dava risposte, perché non poteva provenire dagli alieni? Ma Bell non si accontentò.
Era l’unica persona che lavorava sui dati del radiotelescopio e decise di riservare la notizia di questi nuovi impulsi, così precisi e ben definiti rispetto al rumore di fondo, a pochi colleghi di Cambridge. La svolta decisiva avvenne al ritorno dalle vacanze di Natale quando, consultando i dati registrati, confermò l’esistenza di una seconda sorgente con le stesse caratteristiche della prima, e poco dopo una terza, e una quarta...
La presenza di altri segnali con periodi diversi, le fece capire che non potevano essere trasmissioni intelligenti (sarebbe stato improbabile che civiltà extraterrestri comunicassero tutte verso lo stesso punto nello stesso modo). Doveva trattarsi senza dubbio di una nuova classe di stelle: «Quello fu l’istante meraviglioso, l’autentica dolcezza, il momento di dire Eureka!», dichiarò anni dopo alla BBC.
Cos’è una pulsar? Il “modello del faro”
La scoperta rimase inizialmente senza una spiegazione fisica condivisa. Fu solo nei mesi successivi che i teorici Thomas Gold e Franco Pacini proposero in modo indipendente il modello della stella di neutroni rotante: il cosiddetto “modello del faro”. Una pulsar è infatti una stella di neutroni in rapida rotazione, rimasta dopo l’esplosione di una supernova. Ha un campo magnetico intensissimo e disallineato dall’asse di rotazione, che produce due fasci concentrati di radiazione dai poli: se durante la rotazione uno di questi fasci intercetta la Terra, lo percepiamo come un impulso intermittente e regolare, come la luce di un faro.
Un mosaico astronomico, suo malgrado
Dopo Cambridge, Bell sposò Martin Burnell e dovette trasferirsi frequentemente a causa del lavoro del marito. Costretta a trovare continuamente nuove posizioni, la scienziata passò dalla radioastronomia all’astronomia gamma, poi all’astronomia X, e infine all’infrarosso – non per scelta, ma per necessità. Eppure, quella discontinuità forzata si trasformò in un punto di forza: Bell divenne una delle astrofisiche più versatili della sua generazione, con una visione trasversale del cosmo che pochi colleghi potevano vantare.
Fu in questo contesto di sacrifici professionali e personali che arrivò la notizia del Nobel per la Fisica vinto da Hewish nel 1974 per il suo ruolo nella scoperta delle pulsar, premio condiviso solo con Sir Martin Ryle (premiato per lo sviluppo di una tecnica strumentale non direttamente collegata alla scoperta delle pulsar).
Bell non fu inclusa nel premio: durante il discorso di Hewish venne menzionata solo la presenza di “collaboratori” nel corso della scoperta. Come lei stessa dichiarò alla BBC anni dopo: «In quei tempi si credeva, si percepiva, si dava per assodato, che la scienza fosse fatta e guidata da grandi uomini – propriamente uomini – probabilmente in camici bianchi».
Mentre Bell cresceva un figlio e si interrogava su come, e se, continuare la sua carriera, il suo superiore riceveva il riconoscimento più importante della scienza mondiale per una scoperta che anni prima aveva osservato, senza però porsi le giuste domande.
Il riconoscimento tardivo
Nel tempo, la comunità scientifica ha ampiamente riconosciuto il merito storico di Jocelyn Bell: conferito il titolo di Dame dalla Corona britannica, l’astrofisica ha guidato prestigiose istituzioni come la Royal Astronomical Society e l’Institute of Physics.
Nel 2018 ha donato interamente il premio Breakthrough Prize di 3 milioni di dollari per finanziare borse di studio per studentesse e ricercatori sottorappresentati nel campo della fisica, trasformando la propria storia di inadempienza in uno strumento concreto di cambiamento.
Venerdì 2 ottobre 2026
In occasione della XXIV edizione del festival BergamoScienza, la scienziata ripercorrerà la straordinaria vicenda di una scoperta che ha rivoluzionato la nostra comprensione dell’Universo durante la conferenza “Metronomi cosmici: la scoperta delle pulsar”, moderata da Luca Perri, divulgatore scientifico e amico di BergamoScienza.
di Roberto Taino, Fondazione BergamoScienza
Illustrazioni di Francesca Milesi, Fondazione BergamoScienza