Women in Science: Quando l’unico limite è il Cielo: storia di Margherita Hack
Nel raccontare la storia delle grandi scienziate di ieri e di oggi, a volte rischiamo di dimenticare che le persone di cui parliamo sono state molto più delle loro scoperte, e spesso hanno avuto molteplici passioni, interessi e curiosità. Margherita Hack è stata una grandissima astrofisica italiana, ma sarebbe potuta diventare tante altre cose. Poteva, ad esempio, diventare un’atleta (vinse medaglie a livello nazionale in salto in lungo e salto in alto) o una giornalista sportiva.
Margherita Hack decise invece di guardare in alto, di diventare una scienziata, cambiando l’astrofisica italiana e ridefinendo il ruolo e il linguaggio della divulgazione scientifica.
La gioventù, tra religione e politica
Hack nasce a Firenze nel 1922 in una famiglia decisamente particolare per l’epoca. I suoi genitori facevano parte della società teosofica, un movimento che cerca di unire religione, filosofia e scienza. Decisero tuttavia di non educare la figlia secondo tale dottrina, il che contribuì alla sua visione laica del mondo. Hack si definì sempre atea, ma ereditò dal credo dei suoi genitori il fatto di essere vegetariana, cosa piuttosto rara al tempo.
Il padre di Hack era impiegato in una fondiaria fino al 1927, quando fu licenziato per non aver aderito al partito fascista. La stessa Hack nel 1940 rischiò l’espulsione dal liceo dopo una discussione con delle compagne di classe che elogiavano la guerra e il partito. Fu accusata di “disfattismo e comportamento antipatriottico” e sospesa per diverse settimane. Riuscì ad evitare la bocciatura perché l’ingresso in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 comportò la promozione automatica di tutti gli studenti italiani con una media positiva.
L’università a Firenze e il primo incontro con le Cefeidi
Dopo il liceo Hack si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Firenze, ma trovò la prima lezione così noiosa da cambiare immediatamente corso, passando a fisica. In università incontrò Aldo De Rosa, un ragazzo che frequentava (lui sì) la facoltà di lettere. I due si conoscevano sin da piccoli, quando facevano parte della stessa compagnia di giochi, prima che la famiglia di lui si trasferisse. Si sposarono dopo pochi anni e furono inseparabili per tutta la vita.
Il primo contatto con l’astrofisica arrivò con la tesi di laurea: le fu assegnato un progetto riguardante un gruppo di stelle variabili, le Cefeidi. Sono importanti perché pulsano radialmente, aumentando temperatura, diametro e luminosità con un periodo dalla durata variabile. È proprio conoscendo il periodo con cui varia la luminosità che si possono calcolare le distanze cosmiche (una misura molto preziosa in campo astronomico). In questo periodo si occupò per la prima volta anche di spettroscopia stellare, che successivamente divenne il suo principale campo di ricerca. La spettroscopia è una tecnica che analizza la luce emessa dalle stelle scomponendola nelle sue lunghezze d'onda.
Ogni elemento chimico assorbe ed emette luce a lunghezze d'onda specifiche, lasciando delle "impronte digitali" nello spettro luminoso: studiando questi spettri è possibile ricavare informazioni preziose su una stella, come la sua composizione chimica, la temperatura superficiale, la velocità a cui si muove rispetto alla Terra e persino la presenza di campi magnetici.
Gli anni delle lotte a Merate e i periodi all’estero
Nel 1950 divenne assistente alla cattedra di astronomia e 4 anni dopo ottenne la libera docenza, iniziando a insegnare presso l’Università di Firenze. Lavorò inoltre per la prima volta come divulgatrice per un quotidiano e si trasferì all’osservatorio di Merate, a Lecco.
Quelli furono probabilmente gli anni più difficili della sua carriera. La motivazione stava nel difficile rapporto con i colleghi dell’Osservatorio e la conseguente discriminazione subita. Non solo casi lampanti, come le ruote della macchina forate, ma altre manifestazioni di sessismo. Un esempio su tutti: nonostante lei fosse l’unica professoressa dell’osservatorio, i suoi colleghi si firmavano come “professore”, mentre Hack semplicemente come “dottoressa”.
Anche per questo gli anni successivi furono un susseguirsi di periodi all’estero: Olanda, Stati Uniti e Messico sono solo alcuni degli stati dove Hack ebbe la possibilità di stringere rapporti e conoscenze con rinomati colleghi e colleghe nel campo dell’astrofisica.
La rinascita dell’Osservatorio Astronomico di Trieste
Il più grande cambiamento per la sua carriera avvenne nel 1964, quando vinse la cattedra di professore universitario all’università di Trieste. Ovviamente non fu facile: per riuscirci, ebbe bisogno di avere all’attivo il triplo delle pubblicazioni dei suoi colleghi maschi. La cattedra, in omaggio, portava con sé anche il ruolo di direttrice dell’Osservatorio Astronomico di Trieste.
Nei 23 anni in cui ricoprì il suo ruolo di Direttrice, Hack riuscì a rendere l’Osservatorio – da luogo poco conosciuto e rilevante – a punto di riferimento italiano ed europeo. Riuscì anche a creare prima un Istituto e poi un Dipartimento di Astronomia, il tutto mentre continuava le sue attività di ricerca e diventava, grazie alla spettroscopia, una scienziata di fama mondiale.
Divulgazione e attivismo
Nel 1997, quando andò in pensione dall’insegnamento, aumentò il suo impegno nella divulgazione scientifica e nell’attivismo politico. Hack, infatti, non avrebbe mai potuto (né, tantomeno, voluto) parlare solo di scienza, nonostante più di 250 pubblicazioni e 50 libri potrebbero suggerire il contrario.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 2013 a Trieste, continuò a partecipare a conferenze ed apparizioni televisive parlando di religione e politica, stando sempre dalla parte del più debole, mossa da un forte senso etico che la spingeva a lottare contro ogni forma di ingiustizia sociale.
di Roberto Taino, WeScience BergamoScienza
Illustrazioni di Francesca Milesi, WeScience BergamoScienza