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Cozze, microplastiche e crisi climatica: cosa finisce davvero nel nostro piatto?

 

22 marzo 2026 | Tempo di lettura stimato: 4 minuti

 

Il mare Adriatico sta cambiando volto e Martina Capriotti, biologa marina e National Geographic Explorer, lo osserva ogni giorno: per lei l’acqua non è solo un panorama, ma un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. Durante un recente incontro promosso in collaborazione con Uniacque per la Giornata Mondiale dell’Acqua, la ricercatrice, affiancata dal divulgatore Ruggero Rollini, ha voluto ribaltare i luoghi comuni sulla salute dei nostri mari, partendo proprio da un organismo spesso sottovalutato: la cozza.

 

La cozza “schizzinosa”: un filtro intelligente

 

Siamo abituati a considerare i bivalvi come semplici “aspirapolvere” del mare, capaci di accumulare ogni impurità. «Spesso usiamo il detto “brutto come una cozza”, ma io ho imparato ad amarle proprio per la loro complessa fisiologia», ha raccontato Capriotti.

 

La ricerca condotta insieme al Professor Evan Ward, Direttore del Dipartimento di Scienze Marine presso l’Università del Connecticut, ha dimostrato che le cozze sono in realtà delle “biopompe” estremamente selettive. Grazie a un raffinato sistema di recettori sulle branchie, la cozza analizza le particelle sospese: se identifica un frammento non commestibile, come una microplastica, lo avvolge nel muco e lo espelle prima ancora che entri nell’apparato digerente. Questi scarti prendono il nome di pseudofeci. Anche le particelle che superano i controlli e vengono ingerite non restano nel mollusco a lungo: i dati mostrano che vengono espulse entro poche ore.

 

Il rischio quotidiano

 

È proprio questa consapevolezza scientifica a spingere Martina Capriotti a una riflessione rassicurante: «Mi sento sicura nel mangiare pesce e molluschi, perché so che la plastica in quegli organismi è solo in transito». La ricercatrice ha sottolineato come la fiducia derivi non solo dalla biologia dell’animale, ma anche dal rigido sistema di monitoraggio sanitario che caratterizza la filiera ittica in Italia, garantendo standard di sicurezza elevati prima che il prodotto arrivi al consumatore.

 

Il vero rischio di ingestione, avverte Capriotti, spesso non arriva dagli abissi ma dalle mura domestiche. Ogni volta che usiamo un tagliere di plastica usurato o quando cuciniamo indossando una maglietta in poliestere, generiamo una dispersione di microfibre e frammenti che finiscono direttamente nel cibo. Il problema, dunque, non è solo il prodotto che viene dal mare, ma ciò che aggiungiamo noi durante la preparazione dei pasti.

 

Dai “giganti” alle molecole: la scala della contaminazione

 

Per comprendere la sfida ambientale moderna, è necessario distinguere tra diversi livelli di inquinanti. Le microplastiche sono, paradossalmente, i "giganti" di questo mondo microscopico: frammenti solidi che la cozza riesce a gestire ed espellere. Scendendo più a fondo, incontriamo le nanoplastiche, particelle ancora più piccole che iniziano a interagire con le membrane cellulari, la cui correlazione con la salute umana è tuttora in fase di studio e rappresenta una delle sfide più complesse per la ricerca attuale.

 

Ma la vera frontiera tossicologica è rappresentata dalle sostanze chimiche e dai contaminanti come i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche), presenti in padelle antiaderenti e abbigliamento tecnico. A differenza della plastica solida, queste sono molecole che penetrano nelle cellule e si accumulano nei grassi degli organismi. Se la microplastica “transita”, queste sostanze tendono a restare, richiedendo tecnologie di filtraggio avanzate per essere rimosse dall’ambiente.

 

Quando il mare “cuoce” i suoi abitanti

 

Se le microplastiche sono un fenomeno gestibile per la fisiologia della cozza, esiste una minaccia che non lascia via di scampo: il calore. Qui il racconto della biologa si fa più cupo, ricordando lo scenario desolante trovato in mare nel 2022: scogliere spoglie e distese di gusci.

 

Il cuore dell’emergenza è descritto nell’articolo Mass Mortality Event of Mediterranean Mussels (Mytilus galloprovincialis) in the Middle Adriatic: Potential Implications of the Climate Crisis for Marine Ecosystems. Nel 2024, il mare ha subito un’anomalia termica durata 41 giorni consecutivi (estesa poi a un totale di 52 giorni), con temperature costantemente sopra i 30°C. Oltre al caldo eccessivo, lo stress è stato amplificato dalla scarsità di nutrienti (fitoplancton) e dalla bassa ossigenazione dell’acqua, che hanno indebolito il sistema immunitario dei molluschi. Per un organismo a sangue freddo, questa è una vera moria.

 

Per comprendere questo collasso, lo studio In Situ Investigation of Ecological and Molecular Stress Mechanisms Triggered by Marine Heat Waves in Adriatic Populations of the Mediterranean Mussel ha monitorato la produzione di proteine come la HSP70 e la HSP90. Queste molecole intervengono quando la cellula subisce uno stress termico: più il caldo aumenta, più la cellula è costretta a produrle per tentare di mantenere la propria integrità strutturale. Tuttavia, l’elevato sforzo energetico richiesto da tale meccanismo di difesa genera uno squilibrio insostenibile, trasformando banchi di cozze un tempo stabili in popolazioni temporanee incapaci di riprodursi.

 

Proteggere l’ecosistema per proteggere noi stessi

 

L’incontro si è concluso con un richiamo alla responsabilità collettiva e alla consapevolezza scientifica. Sebbene le ingenti concentrazioni di detriti plastici negli oceani colpiscano profondamente l’immaginario collettivo (spesso descritte erroneamente come “isole di plastica”, quando la loro natura è più simile a quella di una “zuppa”), la sfida cruciale per il futuro nella nostra capacità di affrontare il cambiamento climatico, traducendo la sensibilità ambientale in gesti quotidiani concreti.

 

Martina Capriotti ha voluto lasciare il pubblico con una consapevolezza profonda: proteggere la complessa e affascinante fisiologia di una cozza non è solo un atto di conservazione della biodiversità, ma un investimento sulla nostra stessa salute. «È un piacere parlare di cozze con voi», ha concluso con un sorriso, ricordando che la salute del mare e quella dell’uomo sono indissolubilmente legate. I ricercatori sono chiari: il declino dei banchi di mitili non è solo un danno economico, ma un segnale d'allarme climatico e un trauma per l’ecosistema. Come “ingegneri del mare”, le cozze filtrano l’acqua e creano habitat per innumerevoli specie. In un mondo interconnesso, la fragilità di un mollusco riflette la nostra: proteggere l’oceano è l’unico modo per proteggere l’uomo.