Generazione Z e fake news: se un adolescente su tre non distingue la scienza dalle bufale
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Gli adolescenti italiani trascorrono quasi sei ore al giorno con lo smartphone tra le mani. Sono pienamente consapevoli del tempo che dedicano al digitale, eppure faticano ancora a distinguere una notizia scientifica autentica da una fake news costruita ad arte. È questa la fotografia scattata dal report “Disinformazione a Scuola” (2024), curato dal team di ricerca dell’Università Vita-Salute San Raffaele in collaborazione con il CRESA (Centro di Ricerca in Epistemologia Sperimentale e Applicata).
Lo smartphone: un compagno onnipresente
Lo studio ha analizzato i comportamenti di 2.288 studenti tra i 14 e i 19 anni, provenienti da 19 istituti del Nord Italia. I dati parlano chiaro: con una media di 5 ore e 46 minuti giornalieri trascorsi online, i giovani dedicano alla vita digitale circa un quarto della propria giornata, muovendosi quasi esclusivamente tra Instagram, WhatsApp e TikTok.
La trappola della pseudoscienza
Un dato allarmante emerge dal “social lab” simulato dai ricercatori: circa un terzo degli studenti (33%) fatica a distinguere l’informazione rigorosa dalla pseudoscienza. Quest’ultima è particolarmente insidiosa perché imita il linguaggio tecnico e la cura grafica delle testate ufficiali per spacciare bufale per verità scientifiche, pur mancando totalmente di prove verificabili.
I test hanno mostrato come notizie palesemente false, dal cioccolato che aiuta a dimagrire a fantomatiche varianti di virus create in laboratorio, vengano spesso ritenute affidabili solo perché presentate con un’aura di scientificità. La pseudoscienza non si limita a diffondere errori: vende certezze facili su temi complessi come la salute o l’ambiente, rendendo i giovani vulnerabili a teorie senza fondamento.
Il “Confidence Gap” e la fiducia nella scienza
La ricerca evidenzia anche un marcato confidence gap di genere: i ragazzi tendono a dichiararsi molto più sicuri della propria capacità di scovare fake news rispetto alle ragazze, che si mostrano più prudenti. Tuttavia, alla prova dei fatti, chi è troppo sicuro di sé tende a verificare meno le fonti, cadendo più spesso nei tranelli della rete.
Inoltre, lo studio rivela una correlazione statistica significativa tra la tendenza a credere alle teorie del complotto e i bassi livelli di fiducia nelle istituzioni scientifiche, politiche e mediatiche. Questo dato evidenzia come la disinformazione non sia un fenomeno isolato legato alla semplice ignoranza di un fatto, ma il sintomo di una crisi relazionale più profonda: quando un adolescente smette di percepire le istituzioni come fonti autorevoli e disinteressate, tende a cercare risposte alternative. In questo vuoto, la pseudoscienza riesce a occupare lo spazio dell’informazione offrendo soluzioni semplici a problemi complessi e alimentando un pericoloso senso di isolamento critico.
Gli strumenti per difendersi: dalla teoria alla pratica
Per contrastare l’avanzata della disinformazione, il report sottolinea l’urgenza di passare da una consultazione passiva a una “lettura laterale”. Questa tecnica, fondamentale per navigare nel mare del web, consiste nell’abbandonare la pagina che si sta leggendo per aprire nuove schede e verificare altrove l’affidabilità dell’autore e delle fonti citate. Ad oggi, purtroppo, la ricerca evidenzia una lacuna preoccupante: solo 1 studente su 3 dichiara di effettuare regolarmente ricerche esterne per validare ciò che legge. La maggior parte degli adolescenti tende a valutare l’attendibilità di una notizia basandosi su elementi superficiali e non sufficienti contro le sofisticate strategie della pseudoscienza.
Lo studio invece propone un approccio proattivo basato sulla “teoria dell’inoculazione”: proprio come un vaccino espone il corpo a una versione indebolita di un virus per costruire difese, educare i ragazzi a riconoscere preventivamente le strategie di manipolazione (come l’uso di titoli sensazionalistici o la distorsione di dati statistici) li rende “immuni” quando incontrano le vere fake news.
A completare questo scudo contro la disinformazione interviene un terzo livello, quello meta-cognitivo. Non basta infatti saper usare la tecnologia: occorre sviluppare una profonda consapevolezza dei propri bias cognitivi. Si tratta di meccanismi mentali innati che ci rendono vulnerabili, spingendoci a ritenere per esempio vero una notizia che asseconda le nostre convinzioni pregresse o le nostre emozioni. Comprendere come funziona la nostra mente quando elabora le informazioni è essenziale per non cadere in errore.
Sviluppare questa consapevolezza è un pilastro fondamentale della cittadinanza responsabile: saper distinguere tra un fatto verificato e una teoria complottista è il primo passo per partecipare attivamente e consapevolmente alla vita della società.
Laboratorio per le scuole: “Fake news: istruzioni per l’uso”
Per aiutare i ragazzi a smascherare i meccanismi della disinformazione, dal 20 aprile il BergamoSciencecenter, in collaborazione con l’Università Vita-Salute San Raffaele, proporrà un laboratorio interattivo dedicato alle scuole secondarie di secondo grado. Studenti e studentesse potranno sperimentare con il proprio smartphone le tecniche di verifica delle fonti e imparare a riconoscere i campanelli d’allarme che distinguono un vero studio scientifico da una bufala ben confezionata.