Women in Science: Rita Levi-Montalcini, dal laboratorio clandestino al Nobel per la Medicina
Ci sono storie che non si lasciano scrivere dai tempi in cui nascono. Quella di Rita Levi-Montalcini è la cronaca di una mente che ha rifiutato ogni confine: quelli imposti dalle leggi razziali, quelli dettati dalla guerra e quelli, non meno rigidi, delle convenzioni sociali del suo tempo. Neuroscienziata, senatrice a vita e prima donna italiana a ricevere il Nobel per la Medicina nel 1986, la sua figura resta l’emblema di una determinazione che non conosce resa. Con la scoperta del Nerve Growth Factor (NGF), Rita Levi-Montalcini ha scardinato i dogmi della neurologia del Novecento, dimostrando che la crescita dei neuroni è regolata da segnali biochimici esterni. Una rivoluzione che ha aperto orizzonti allora inimmaginabili per la cura delle malattie neurodegenerative.
La sfida alle convenzioni
Rita Levi-Montalcini nasce a Torino nel 1909, in una famiglia di stampo vittoriano. Riceve affetto e sostegno dalla madre, mentre il padre si occupa delle decisioni familiari. Da lui eredita la tenacia e la convinzione nel seguire le proprie idee; da entrambi i genitori impara inoltre l’importanza del «considerare con simpatia il prossimo» (Rita Levi-Montalcini, Elogio dell'imperfezione, 2010). Questi insegnamenti si riveleranno fondamentali nel corso della sua vita. Il padre, tuttavia, era convinto che una carriera professionale avrebbe interferito con il ruolo di moglie e madre che aveva immaginato per le figlie.
Ciò non le impedì di iscriversi all’università: nel 1930, dopo aver chiarito che non aveva intenzione di sposarsi, si iscrisse alla Facoltà di Medicina. In un ambiente quasi esclusivamente maschile, il suo percorso risultò più difficile rispetto a quello dei colleghi, anche a causa della formazione ricevuta al liceo femminile, dove non venivano insegnate alcune materie necessarie per affrontare gli studi medici. Sotto la guida del professor Giuseppe Levi, direttore dell’Istituto di Anatomia Umana, Rita intraprese lo studio del sistema nervoso, approfondendo il ruolo cruciale delle colture di tessuti in vitro.
Le leggi razziali e il laboratorio clandestino
Laureata nel 1936, iniziò subito l’attività di ricerca a Torino, interrotta poco dopo dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938. Levi-Montalcini, di origine ebraica ma sempre dichiaratamente laica, fu costretta a lasciare l’università e a emigrare in Belgio, dove poté continuare le sue ricerche sui processi di differenziazione del sistema nervoso.
Nel 1940 fece ritorno a Torino e allestì nella propria camera da letto un laboratorio clandestino di neurobiologia, che le permise di proseguire gli studi nonostante le restrizioni. In questo periodo approfondì gli esperimenti sulla differenziazione del sistema nervoso condotti dal neuroembriologo Viktor Hamburger, che avrebbero avuto un ruolo decisivo nelle sue scoperte future.
Nel 1944 fu la volta diirenze, dove si trasferì pochi mesi dopo l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Qui prestò servizio come medico per la Croce Rossa in un campo di rifugiati. Questa esperienza la portò a comprendere che la professione clinica non era la sua vocazione, rafforzando al tempo stesso la convinzione che la sua strada fosse quella di coniugare l’impegno sociale con la ricerca scientifica.
L’identificazione del Nerve Growth Factor (NGF)
Al termine della Seconda Guerra Mondiale alla Washington University di St. Louis, su invito dello stesso Hamburger. Qui divenne prima Associate Professor e successivamente Full Professor e iniziò a lavorare sull’argomento che l’avrebbe consegnata alla storia della scienza: il Nerve Growth Factor (NGF).
Innestando frammenti di sarcoma murino (un tumore del topo) in embrioni di pollo, Rita Levi-Montalcini osservò una reazione straordinaria: i gangli nervosi del pollo — ovvero i raggruppamenti di corpi cellulari di neuroni che appartengono al Sistema Nervoso Periferico — iniziarono a produrre una quantità massiccia di fibre nervose. Queste fibre crescevano in modo disordinato, strutturate in una sorta di “gomitolo” attorno al tessuto tumorale. Da queste osservazioni derivò l’ipotesi che il tumore non agisse per contatto diretto, ma rilasciando una sostanza chimica capace di attirare e stimolare a distanza le cellule nervose.
Nel 1953, iniziò la collaborazione con il biochimico Stanley Cohen. Insieme isolarono una frazione nucleoproteica dal tumore, composto da acidi nucleici e proteine, identificando nella sola componente proteica il fattore responsabile dell'attività biologica sulle cellule dei gangli. Nel 1954, questa proteina venne ufficialmente classificata come Nerve Growth Factor (NGF).
Questa rivelazione provò per la prima volta che lo sviluppo del sistema nervoso è regolato da segnali biochimici esterni alla cellula stessa, che istruiscono le cellule su come crescere e sopravvivere, scardinando l’idea che lo sviluppo del sistema nervoso fosse un processo rigidamente predeterminato dal solo codice genetico.
«Per le scoperte e l'individuazione di fattori di crescita cellulare», Levi-Montalcini e Cohen ricevettero il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina nel 1986, con la motivazione che riconosceva nel NGF un esempio emblematico di come un’osservazione attenta possa generare ipotesi scientifiche rivoluzionarie, aprendo un campo di ricerca fino ad allora sconosciuto.
L’evidenza del fattore di crescita nervoso rappresentò una vera rivoluzione scientifica: inaugurò una nuova classe di sostanze fisiologicamente attive e contribuì in modo decisivo alla comprensione di numerosi problemi medici, tra cui malformazioni congenite, malattie neurodegenerative, ritardi nella guarigione delle ferite e patologie tumorali.
Un’eredità oltre la scienza: il futuro ai giovani
Negli anni Ottanta Rita Levi-Montalcini tornò stabilmente in Italia, dopo oltre trent’anni trascorsi negli Stati Uniti. Nel 1992 fondò, insieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi-Montalcini, dedicata alla memoria del padre Adamo. Il motto della fondazione, «Il futuro ai giovani», esprimeva l’obiettivo di sostenere giovani donne provenienti dai Paesi in via di sviluppo, in particolare dal continente africano, attraverso l’assegnazione di borse di studio.
Nel 2005 fu ospite di BergamoScienza e venne nominata Presidente Onoraria del Comitato Scientifico. Morì nella sua casa di Roma nel 2012, all’età di 103 anni, lasciando un’eredità scientifica immensa e una testimonianza duratura del valore della tenacia, dell’indipendenza di pensiero e dell’osservazione nella ricerca.
Roberto Taino, WeScience BergamoScienza
Il racconto di Rita Levi-Montalcini inaugura Women in Science, il nostro nuovo spazio mensile dedicato alle scienziate che hanno rivoluzionato il mondo sfidando pregiudizi e convenzioni. Ogni mese esploreremo vite segnate da passione e ostacoli, celebrando le donne che hanno riscritto le regole e la storia della scienza.
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