La Ricerca oltre il camice: Giorgia Foggetti racconta una scienza fatta di passione, curiosità e amicizie
C’è un momento preciso in cui una passione giovanile smette di essere un interesse scolastico e diventa una scelta di vita. Per Giorgia Foggetti, quel momento ha trasformato una studentessa “brava ma che non si applica” in una delle ricercatrici italiane più promettenti nel campo dell’oncologia molecolare. Mercoledì 11 febbraio, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, il suo percorso ha incrociato gli sguardi (e le numerose domande) degli studenti e delle studentesse dell’IC Carducci di Dalmine, grazie a un’iniziativa promossa per il secondo anno consecutivo da Fondazione Dalmine e Fondazione BergamoScienza.
L’incontro non è stato una lezione frontale, ma un dialogo aperto. Foggetti, oggi project leader presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha mostrato come la ricerca scientifica non sia qualcosa di astratto o solitario, ma un lavoro di gruppo, basato sulla collaborazione, la curiosità e l’entusiasmo. Ha raccontato la storia di chi, nata a Genova con il mare nel DNA, ha trovato la propria vocazione tra microscopi e provette.
Il viaggio di Giorgia Foggetti è fatto di partenze e ritorni. La ricercatrice ha ricordato l’emozione del suo primo volo oltreoceano verso la Yale University e lo scoglio iniziale di una lingua diversa che poi è diventata parte della sua identità. Negli Stati Uniti si è specializzata nello studio del tumore al polmone in uno dei centri di eccellenza mondiale, ma la voglia di contribuire alla Ricerca del proprio Paese l’ha riportata a casa, grazie al sostegno di un finanziamento AIRC Start-Up
Oggi guida un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici impegnati in una sfida cruciale: rendere le cure oncologiche sempre più precise. Nel suo laboratorio si cercano “bandierine” (i marcatori molecolari) sulle cellule malate per colpirle in maniera mirata senza danneggiare il resto dell’organismo; qui si coltivano anche gli organoidi, minuscoli modelli tridimensionali che replicano le caratteristiche del tumore per testare i farmaci prima che arrivino al paziente.
Ai ragazzi e alle ragazze che l’hanno incontrata Foggetti ha trasmesso un messaggio che va oltre la biologia: la scienza è un modo di guardare il mondo e capirlo che germoglia dove si coltivano modelli positivi e possibilità. Ha restituito un’immagine della ricerca profondamente umana, fatta prima di tutto di persone, legami e fragilità, accessibile a chiunque voglia farne parte.
Fondazione Dalmine e BergamoScienza confermano così che il futuro della ricerca cammina sulle gambe di chi, come Giorgia Foggetti, non smette mai di essere curioso, consapevoli che incontrare modelli positivi è il primo passo per trasformare la fragilità in coraggio e i dubbi in opportunità.