#RaccontamiUnaScuola

© Maura La Greca | BergamoScienza


 

#0

 

Ci sono storie che nascono in una notte di stelle, altre iniziano nei boschi, tra folletti dispettosi e funghi che son case, poi ci son quelle che prendono vita dentro il tepore di un camino – quello di una volta che accoglieva tutti, grandi e bambini, stretti stretti, vicini vicini.

A Bergamo c’è un racconto che ogni anno, da molti anni, scrive nuove avvincenti pagine e che incominciò in maniera del tutto inconsueta: davanti a un piatto lucido e gustoso di mostarda mantovana.

Mantova quel giorno era viva, con libri ovunque nelle strade, gente allegra e tantissimi giovani straripanti passione.
C’era una coppia di sposi di lungo corso che si aggirava stupefatta tra le vie della letteratura: quanta bellezza, quanta vita! E lui sornione aggiungeva: quanto buon cibo locale!

Tanto fu lo stupore che, tornando nella propria Bergamo, convocarono gli amici più vicini per condividere quanto vissuto. Non avevano un camino, ma una grande tavola in legno che apparecchiarono svelti con ciò che di meglio avevano in casa: formaggi, salumi, buon vino e anche un po’ di quella mostarda dai poteri magici.

Non appena qualche bicchiere di rosso denso rese gli ospiti più socievoli e disponibili all’ascolto, la coppia raccontò loro quanto visto e bastò porre una sola domanda per averli per sempre: “Perché non facciamo qualcosa di così bello anche qui nella nostra città?”.
Fu quella, all’insaputa di molti di loro, la prima riunione operativa di BergamoScienza.

Fu quello l’inizio di una profonda e audacissima storia d’amore e d’amicizia tra i cittadini di Bergamo e la Scienza.

Una storia che continua testarda dentro un tempo di rinunce, grazie ai suoi instancabili protagonisti: adulti curiosi, giovani intelligenti, bambini e bambine esploratori, insegnanti generosi, dirigenti illuminati e aziende pronte a sognare.
E sempre grazie a quei cinque cavalieri della mostarda che in una notte qualunque immaginarono che la Scienza, a tratti difficile e distante, potesse essere una bella storia da raccontare a voce alta a tutti, adulti e bambini, sotto a un cielo di stelle.

 

 


 

#1

 

Un insegnante ti prende per mano, ti guarda, ti ascolta, ti tocca la vita per sempre.
Un insegnante parla piano, pone domande, ispira sguardi oltre.
Gli insegnanti sanno che in un’ora di lezione possono bastare anche cinque minuti di stupore ad aprire nuovi mondi.
Molti di questi hanno imparato che il fare, fare insieme e sporcarsi le mani, è un’esperienza che coinvolge, appassiona e resta un ricordo indelebile nel tempo.

Ecco allora il senso più profondo che ha spinto Michele, Samantha, Gisella, Erika, Mariolina, Marzia, Cristian, Marco, Giacinto, Ilaria, Marcella, Annalisa, Clara a provare a trasferire un po’ della loro esperienza in classe ad altri e altre insegnanti come loro.

Perché condividere le conoscenze tra colleghi, aiutarsi nel trovare nuove idee, partecipare insieme alla costruzione di nuovi modelli educativi sia di stimolo per tutti e possa rinnovare la passione nel proprio lavoro facendoli sentire meno soli e anche più sereni.

Oltre sedici ore di formazione a distanza, circa duecentocinquanta gli insegnanti di Bergamo che hanno seguito con serietà, impegno e voglia di imparare le attività laboratoriali proposte nel pre-festival da BergamoScienza. Tanta complicità ed emozioni nuove: perché formare i colleghi spaventa di più del lavoro con i piccoli.

Tanti prima di premere il pulsante della diretta tremavano un po’, ripetevano nervosamente la lezione, facevano profondi respiri e talvolta annunciavano di voler scappare perché forse “ho sbagliato ad accettare, non mi sento pronto”. Però hanno accettato tutti, dopo la chiamata di Michele, un collega al quale non si può dir di no. Molti si sentono in debito con lui per aver imparato la didattica laboratoriale e aver reso l’insegnamento della scienza più bello e divertente.

Forse è la gratitudine il motore di questo mettersi a servizio degli altri, forse ancor più è la generosità, la voglia che anche altri possano entrare in classe con la certezza di far sognare i propri alunni.
Qualcuno l’ha definita una sfida e, se così fosse, l’hanno vinta tutti.
Chi ha superato la paura del giudizio, della videocamera, del parlare ad altri adulti professionisti e a persone che non si conoscono. Che poi non si dice che non esiste paura senza coraggio?

Ecco, questi tredici insegnanti hanno vinto la propria sfida facendo scienza a distanza.
Perché nel momento in cui si andava in diretta l’ansia spariva in un soffio, le parole si facevano lente e chiare come accade in classe con i bambini, i gesti sicuri dentro mani sapienti.

Dalle case tra fogli di carta, forbici, fiori, funghi, magneti e uova, usciva l’impegno di ciascuno di provare a fare gli esperimenti, testarli su di sé prima di portarli a scuola.
Talvolta qualcuno brontolava — “Uff, non mi riesce!” — e i formatori si fermavano, ripetevano, rassicuravano: “Non preoccuparti, anche con i nostri alunni aspettiamo. Se vuoi mi scrivi e poi vengo a casa tua e lo rifacciamo insieme!”.

Qualcuno spesso finiva con il naso dentro lo schermo svelando la voglia di tornare a stare vicini. Eppure, anche a distanza loro erano insieme: chi spiegava e chi guardava da casa.
Dai video dei partecipanti apparivano scenari diversi: giardini zeppi di bambini vocianti, cucine con il sugo sui fornelli, camere da letto con improbabili quadri, mariti, mogli, figli che apparivano alle spalle con sempre qualche bisogno urgente, e c’era anche chi trovava tranquillità nel silenzio del proprio garage.
Nessuno aveva l’obbligo di partecipare, a muoverli è stato solo il desiderio e il grande senso di responsabilità verso chi è stato loro affidato.

In fondo si era tutti attorno allo stesso tavolo.Vicini nella condivisione della propria quotidianità e dei luoghi familiari.
Vicini in unità di intenti e pronti a guardare tutti dalla stessa parte: essere insegnanti migliori e più felici, sostenere i propri alunni in un percorso di autonomia, osservazione, capacità critica e stima di sé.

Queste lezioni a distanza per qualcuno sono diventate il “tè delle cinque”, l’occasione per passare del buon tempo tra colleghi, dare e ricevere consigli, e sapere che la scienza a scuola - giocando agli scienziati - si può e si deve fare per il bene di tutti.

Alla fine delle lezioni si riaccendevano i microfoni per un tripudio di “grazie è stato bellissimo!” che allargava i cuori e toglieva le paure.
Qualcuno si commuoveva, qualcuno si accasciava sfinito sulla sedia, qualcuno chiedeva:
“Sono stata brava?”
“Promossa a pieni voti!”

 

 


 

#2

 

Sul tavolo, aperta e pronta all’uso, c’è una grande scatola degli attrezzi.
È in metallo, piena zeppa di oggetti multiformi: ci sono forbici, bulloni, palline di polistirolo, fili di rame, scotch, graffette, pinze, bussole, alcool, penne, carta, batterie, batuffoli di cotone, cavi, tubi di alluminio e altre cose non ben identificate.
Non è però la valigia di lavoro di un elettricista o di un idraulico, e nemmeno quella di un sarto.
È la scatola magica di un insegnante di scienze che la usa come fosse la borsa di Mary Poppins: ogni singolo oggetto contribuisce ad un po’ di magia.
C’è poi chi – tra questi insegnati curiosi e creativi – si muove addirittura con una valigia.
Un trolley con le ruote perché bisogna trascinarsela dietro tutti i giorni e perché pesa di tutto ciò che prima di uscire di casa si ruba dal cassetto della cucina, dalla scatola della bigiotteria, dalla cameretta delle ragazze e non ultimo dal frigorifero.

Tutto, o quasi, può diventare un avvincente laboratorio di Scienze.
Lo sa bene chi la sera prima della lezione si reca dal fruttivendolo, in pescheria o dal fiorista per prendere qualcosa da portare con sé l’indomani a scuola.
Bello immaginare l’attesa dei bambini e delle bambine: “Cosa tirerà fuori oggi dalla sua profonda sacca di tela? Su cosa ci farà mettere gli occhi e le mani?”

“Oggi vi ho portato un branzino. No, non per pranzo. Semmai sarà la mia cena stasera!”
E chissà quanti nasi tappati, tra i banchi distanti, e quanti: “BLEAH, ma puzza!”
Il professore sorride sotto ai baffi, prende il pesce tra le mani, lo solleva e tutti insieme iniziano a osservarlo. Perché la Scienza inizia da qui. Non da un libro patinato che odora di nuovo.

Vi siete mai chiesti perché la pancia dei pesci sia bianca? Avete mai notato che i loro occhi manchino di palpebre? Li avete mai guardati con attenzione?

Ecco la magia di certi maestri e certe maestre: con le loro cassette degli attrezzi suggeriscono e stimolano a osservare con cura, a toccare con delicatezza, ad annusare per capire, aiutano a porsi domande. Che poi le risposte si troveranno, ma intanto bisogna fare ipotesi, essere liberi di dire e di guardare come solo i bambini sanno fare.

“Insegno da tanti anni e ho deciso di condividere con gli altri e le altre insegnanti alcuni dei laboratori che faccio in classe. Perché ho capito una cosa: che se i bambini si divertono imparano meglio e anche le e gli insegnanti sono più felici.”

 

 


 

#3

 

Nel 2016 durante BergamoScienza incontrammo il premio Nobel Dan Shechtman.
Tra le tante cose ci rimase impressa una sua frase:

'Come reagisci quando fai una scoperta?
Se vedi qualcosa di strano, diventa come un rottweiler.
Non mollare! Stagli addosso! Sii tenace e sii un professionista.
Diventa un esperto di qualcosa e sii resiliente!
Così, solo così, avrai successo.'

In un attimo, parlando con i volontari, ricordò a tutti quanto sia importante in qualunque attività si svolga – sia di ricerca, di lavoro, o sportiva – la tenacia.
Il coraggio di insistere, la capacità di cadere e rialzarsi ancora, l’accettazione dei propri errori e la continua volontà di non fermarsi e non mollare.
Il metodo scientifico ci insegna continuamente a dar voce alle intuizioni mettendole alla prova, fallendo e poi ricominciando da capo dalle lezioni imparate.
Un’attitudine che da sola ha la forza di cambiare un’intera storia: quella personale e quella di intere comunità.

Accade spesso tuttavia che ci si fermi ancor prima di iniziare, celandosi dietro un “non ne sono all’altezza” che spesso taglia le gambe e il futuro.
Eppure, solo misurandosi con qualcosa di più grande, e talvolta ignoto, possiamo scoprire doti nascoste di intraprendenza e curiosità capaci da sole di spingerci oltre.

È la sfida che lancia agli studenti delle scuole superiori Alfredo Canziani – Post-Doctoral Deep Learning Research Scientist e Lecturer at NYU Courant Institute of Mathematical Sciences – con il suo Workshop hands-on di coding per spronare tutti a sperimentare l’Intelligenza Artificiale in maniera autonoma, attraverso le tante community open source disponibili in rete.

Non serve avere già un master per “sporcarsi le mani” e fare esperienza di coding, bastano un po’ di matematica, una buona alfabetizzazione informatica, la fame di conoscere e la voglia di sperimentare.

Come fanno certi “smanettoni” che sul web trascorrono il proprio tempo libero per incontrare chi, come loro, ha volontà e curiosità da vendere.
Gli adulti sanno che saranno proprio questi giovani – sviluppando creatività, pensiero laterale e cultura – che faranno la differenza nei processi di applicazione dell’Intelligenza Artificiale.
Sul web e nelle community, impareranno comunicando in inglese, e lavoreranno insieme magari dagli angoli più remoti del pianeta per fare di questo mondo un posto migliore.

Lo faranno però iniziando da un primo passo, rompendo la barriera della propria paura, insistendo tenacemente e infine innamorandosi del viaggio.

 

 


 

#4

 

“Che poi il pesce è come la bicicletta. Se sta fermo, cade”.
È solo una delle tante immagini che i ragazzi e le ragazze della terza D della Scuola Diaz di Bergamo ci hanno regalato in una bella mattina di metà ottobre.
Marcella Lucchini, l’insegnante, è emozionata e divertita.
Arriva in classe con una grossa scatola di cartone dalla quale spunta un profumato mazzo di margherite gialle.
E no, non si festeggia nessun compleanno: si fa scienza.

I giovani scienziati, rapidissimi, liberano i banchi. Sono curiosi e su di giri.
I fiori lasciano lo spazio a due grossi pesci – un branzino e una trota – che, appena liberati dall’incarto, scatenano smorfie di stupore e disgusto.
La profe di scienze li solleva sopra le teste di tutti come fossero trofei: “Mettete i guanti che chi vuole potrà toccarli, ma prima dobbiamo osservarli”.
Inizia una fitta discussione. C’è chi alza la mano, chi è più irruente e parla senza aspettare.
Tutti hanno qualcosa da dire. Una storia da condividere: “Io d’estate vado a pescare le trote con mio fratello! Perciò le riconosco”, “Una volta con un amico di papà abbiamo pescato un tonno di 90 chili!”.

Nessuno si è mai fatto domande sul colore dei pesci, su quelle pance bianche che “forse sono così per confondersi con il bagliore dell’acqua e non farsi notare dai predatori” o sulle pinne laterali che “sono come le frecce delle auto o che servono a pilotare”.

Qualcuno s’impegna a adottare un linguaggio forbito: “Presumo che il pesce sia viscido e scivoloso perché così è più facile scappar via!”  e l’immagine ne sortisce immediatamente un’altra legata alla vita di tutti giorni: “È vero, anche io quando ho la partite di pallanuoto mi cospargo di olio per non far aggrappare gli avversari!”.

Poi si passa all’osservazione dei fiori e, man mano che i ragazzi li scompongono in parti più piccole, osservandoli sempre più da vicino attraverso le lenti di ingrandimento, il linguaggio si fa più preciso e l’analisi più attenta e dettagliata. l pistelli diventano pistilli e le ovaglie perdono serenamente la gl.

“Non importa se non trovate la parola, ditemi cosa vedete” insiste Marcella. Poi si guarda intorno e, nel vederli tutti indaffarati e intenti a sminuzzare, aprire, esplorare, tira un sospiro e dice: “All’inizio non volevo proprio insegnare, poi ho cominciato e non potrei fare nessun altro lavoro al mondo. Io con loro mi diverto tantissimo!”.

Rapidamente arrivano le tredici, la classe si svuota e torna il silenzio.
A terra un tappeto di petali testimonia tutta la bellezza di una lezione di scienze.

 

 

 


 

#5

 

In terza A sono in venti.
Hanno capelli lunghi, a caschetto, rasati, con piccole creste, lunghe trecce o codini.
Hanno occhi brillanti che sbucano dalle mascherine più fantasiose.
Sono argento vivo. E come il mercurio... non stanno mai fermi.

Tutti hanno sul banco un astuccio zeppo di matite che continuano ad aprire, chiudere, far saltare, far cadere, mettere in verticale, in testa, sul piede.
Al banco ci stanno ma adottano le posizioni più disparate, che neanche il più navigato maestro di yoga. Evitano solo di salirci in verticale e di scendere con un doppio salto carpiato per la gratitudine commossa delle insegnanti.

Eppure, non tolgono mai lo sguardo dalla cattedra dove sta accadendo qualcosa di straordinario.
In una vaschetta contenente del latte la maestra ha messo dell’origano.
“Ma quello va sulla pizza!” grida qualcuno con disappunto.
Poi usa un bastoncino di legno, lo bagna nel sapone per piatti e lo intinge in mezzo all’origano raggrumato.
“Wow - grida la piccola al primo banco - l’origano scappa!”
In men che non si dica con uno scatto fulmineo tutti e diciannove scappano (come fossero origano) dai propri banchi e arrivano dritti dritti con il naso nella vaschetta.
Potremmo scommettere che hanno le bocche spalancate anche se per qualche secondo non emettono suono.
“Cos’altro scappa dal sapone?” chiede la maestra.
“I bambini?”
“No, il coronavirus”.
Dopo un OOOOH di gruppo si torna di malavoglia al banco.
“Ora cosa fai maestra? Da chi hai imparato a fare tutte queste cose?”.

Prima hanno osservato l’acqua calda evaporare, quella fredda farsi ghiaccio e poi sciogliersi lentamente. Hanno mischiato acqua e olio e li hanno visti separarsi.
Tutto sempre accompagnato da un energico “OOOOH!”.
Infine, la maestra di inglese alza le mani e fa con loro una breve danza del silenzio.
Poi si sposta alla lavagna, indica alcuni disegni e tutti, sempre insieme, ripetono:
“From gas to liquid: condensation”
“From liquid to solid: solidification”

Alla Scuola Primaria Valli di Bergamo la Scienza si fa e si racconta anche in inglese grazie al progetto Clil e a due brave colleghe: Giuseppina Chionni e Dalila Mauthe Degerfeld.
Al suono della campanella, prima di uscire, i piccoli argento vivo gettano un ultimo sguardo alla cattedra colma di oggetti vari.
Siamo certi che una volta a casa mostreranno a tutti l’origano in fuga e quando l’acqua sul fuoco bollirà grideranno fieri: EVAPORATION!

 

 

 


 

#6

 

La leggerezza della carta, le piccole mani operose, la meticolosa ricerca della precisione, il silenzio pieno della pazienza.
È un giovedì mattina e in classe i piccoli e le piccole delle quinte della primaria “De Amicis” di Dalmine sono intenti e attenti a piegare fogli di carta secondo regole precise: è l’antica arte degli origami e un’insolita lezione di geometria.

Guardandoli così assorti e concentrati si è avvolti da un senso di tranquillità. È ciò che raccontano i loro piccoli gesti, gli sguardi calmi, il fatto che nessuno si spazientisca.

Chi è in difficoltà volge un rapido sguardo al compagno e questi s’interrompe per accompagnare chi resta un po’ indietro. Al primo “aspetta, mi sono perso” qualcuno si ferma e ricomincia.
Senza sbuffare, senza rimproverare.
“Sì, ce l’ho fatta!” esulta la piccola Archimede dal banco con la gioia di chi ci ha davvero provato e riprovato.
Ma in fondo a completare l’impresa arrivano tutti. Non ci sono distinzioni. Non ci sono quelli intelligenti e quelli fragili.
Sono tutti capaci di osservare, fare, disfare, ri-fare, aver cura.
E soprattutto sono tutti certi che ce la faranno.

“Guarda il mio sembra una camicia con il papillon”, “il mio una rana!”
“È vero - dice la maestra Cetti con un sorriso – ma che forma ha?”
La risposta non si fa attendere: è un esagono. Costruito individuando vertici e perpendicolari e chiamando ogni cosa con il suo nome.

Il tempo in classe è scandito dalle volte in cui viene ripetuto il nome della maestra: “Guarda Cetti!” “Me lo fai rivedere Cetti?”, “Cetti, ti ricordi quando abbiamo costruito i fiori di loto?”.

Il fiore di loto lo hanno realizzato in seconda elementare. Oggi sono in quinta e ancora ricordano con la medesima meraviglia l’emozione nel vedere che i fiori di carta messi in acqua, si schiudevano come fossero veri: “è stato super bello!”.

Con i bambini in classe ti accorgi che qualcosa è accaduto quando li vedi con gli occhi spalancati e vivi, quando muovi in loro stupore e meraviglia e capisci che in ogni “wow” gridato o sussurrato è nascosto un piccolo seme che al tempo giusto fiorirà.

Alla fine della lezione i piccoli usano la scatolina appena realizzata come fosse il cappello di laurea. Lo indossano fieri dicendo di essere laureati in geometria e origami.

A me paiono tutti e tutte dottori in bellezza.
Proprio quella che salverà il mondo.

 

 


 

#7

 

In classe arrivano sette bambine e due bambini.
Salutano con cortesia e sembrano sapere già tutto quel che devono fare.
Si dividono in quattro gruppi, prendono le sedie impilate e senza perdere tempo si preparano ai tavoli di lavoro.Oggi si sperimenta il magnetismo.

Nella lezione precedente hanno costruito delle bobine con la loro insegnante Ilaria Criscuolo.
Ogni gruppo riconosce e recupera la propria: hanno assemblato due pezzi di legno incollandoci sopra una gomma per cancellare, dentro la quale hanno poi incastrato due graffette e messo alla base un magnete. Le graffette serviranno a sostenere la bobina.
È un lavoro di ingegno e per il quale serve anche una certa abilità manuale.

I giovani scienziati sono alunni e alunne delle prime B e D della scuola secondaria di primo grado Rodari di Bergamo.
Dei loro colleghi scienziati hanno la serietà e anche qualche guizzo, diciamo, creativo: “Però la prossima volta possiamo fare un’esplosione?”

Ilaria li accompagna con ferma gentilezza e pare un direttore d’orchestra. Talvolta non le serve neanche parlare, muove le mani e tutti si fermano in attesa del passaggio successivo.

C’è grande armonia e, come in un’orchestra, ognuno fa il suo senza perdere di vista gli altri.
Ilaria ha chiesto loro di osservare cosa accade alla bobina quando si collega il magnete alla pila: come inizia a muoversi? Come si arresta? Quante volte ruota?

I gruppi iniziano a fare prove: si stupiscono, annusano, si arrabbiano, montano e smontano, spesso ridono. Tentano sempre di alzare un po’ l’asticella: “Guarda, scintilla di brutto!”

Ilaria con calma ricorda di annotare tutte le osservazioni sul quaderno e, dopo un buon tempo di libertà e di sperimentazioni, chiede un resoconto su quanto accaduto.
“Lo so, la cosa più difficile è fermare le mani” dice con un sorriso.

Poi, richiamati da un semplice gesto della professoressa, i gruppi iniziano a condividere l’esito delle proprie esplorazioni e quando finiscono con un “passaparola” invitano i compagni a continuare. Non c’è competizione, ma costruzione corale dei dati di un’indagine.
Qualcuno organizza il lavoro mettendo sotto ad ogni osservazione un Sì e un No da barrare con la risposta esatta.
Il lavoro di ognuno è parte del buon risultato e soprattutto ogni osservazione merita attenzione.

Ilaria è un’insegnante appassionata, ha un proprio canale YouTube sul quale spiega, racconta e semplifica le materie scientifiche utilizzando Lego, carta, spaghetti, chiodini.
Lo fa per gli studenti ma anche per i colleghi e le colleghe con i quali ama confrontarsi e collaborare, lo fa perché sa che ogni buona storia se non è narrata non ne semina di nuove.

 

 


 

#8

 

Alcune lezioni sono come viaggi avventurosi.
Partono dall’Oriente, si tuffano nel mare della Costiera Amalfitana, attraversano le stelle, per poi tornare tra i banchi della scuola media Papa Paolo VI di Pradalunga e da lì ripartire chissà verso quali altri popoli e quali terre.

Qui una lezione di geografia sull’orientamento inizia dalla costruzione di una bussola con ago, sughero e un piccolo recipiente d’acqua, proprio come quel primo strumento di navigazione adottato dai cinesi intorno al 1100.

In classe ognuno ha portato il suo piccolo kit da lavoro: a turno vanno al lavandino per riempire i recipienti d’acqua, poi vi mettono dentro il sughero – chi con delicatezza, chi affondandolo come il Titanic tra gli iceberg – mostrando quanto la manualità di precisione sia ancora una delle abilità sulle quali lavorare.

Infine, raccolto l’ago dal banco, lo sfregano più volte sulla calamita per magnetizzarlo e poi posizionarlo al centro del sughero galleggiante.
In un battito d’ali ogni bussola casalinga indica il fondo della classe, il nord o mezzanotte o settentrione, come ripetono tutti svelti.
Qualcuno si gira per vedere se sia davvero così per tutti. Qualcuno mette alla prova il risultato ruotando il contenitore o provando e riprovando l’esperimento.
L’esito però non cambia.
Due domande: quale fenomeno ci interessa? Cosa fa sì che la bussola si muova? Aprono una breve spiegazione sul magnetismo terrestre e sui campi magnetici. Ma è il passaggio tra i banchi con due calamite, impossibili da avvicinare tra loro, a suscitare il maggior interesse: “È come se ci fosse una bolla d’aria in mezzo!”. I ragazzi provano ad avvicinarle con ogni mezzo, chi diventando rosso per lo sforzo, chi cambiando i poli di contatto sotto il banco per poi gridare al miracolo.

Il viaggio ci porta poi ad Amalfi – Repubblica Marinara che nel medioevo dominava il mediterraneo –, l’insegnante Maria Dragoni mostra lo stemma cittadino sul quale compaiono una rosa dei venti e una bussola e racconta che furono proprio gli amalfitani a scoprire come tener sollevato l’ago senza più l’ausilio dell’acqua, inventando così lo strumento che ancora utilizziamo.

“Ma voi lo sapete dov’è Amalfi?”
Un attimo di silenzio e poi qualcuno dal primo banco rompe l’imbarazzante circostanza: “È sicuramente un posto tropicale!”.

Per un momento non si capisce più se si stia facendo geografia, scienze, tecnologia o storia, e sembra di sentire il sale sulla pelle di questa avventura tra navigatori, mari in burrasca e cieli di stelle.
Perché – ricorda l’insegnante – non dobbiamo scordare che per orientarci abbiamo sempre la certezza della Stella Polare e non dovremmo mai smettere di alzare lo sguardo al cielo e, aggiungo io, di puntare la nostra bussola interiore verso la meraviglia.

 

 

 


 

#9

 

I nonni hanno sul volto la mappa della propria vita, nelle mani la memoria del duro lavoro, nelle parole la pazienza che la vita ha insegnato loro.
Le nonne profumano di buono, che sia lavanda o torta di mele, hanno mani capaci di impastare, ricamare e lavorare sempre, e se sono felici te ne accorgi perché cantano forte.
In classe i bambini hanno sempre con sé i propri nonni: sono quelli che li hanno portati a pescare, con cui hanno sgranato piselli, quelli con cui al mattino presto con gli stivali di gomma hanno raccolto le carote nell’orto e dato il buongiorno alle galline.
I nonni e le nonne sono il tempo buono di ogni bambino e una straordinaria scuola del cuore.

La scuola media di Sorisole si trova in cima a una collina, ha intorno campi aperti, cascine e qualche bosco.
Le insegnanti Gisella Marradi e Samantha Bonazzola hanno deciso di dedicare un’intera lezione alla scoperta, all’esplorazione attenta, alla manipolazione e all’uso di tutti i sensi per comprendere meglio la storia di un “umile uovo”. Ognuno ne ha portato almeno uno, chi prendendolo al supermercato, chi dal frigorifero di casa, chi direttamente dal pollaio dei nonni.

Prima si osserva l’esterno: “Cosa vedete?”.
Le risposte dei bambini sono sempre avvincenti: i più pragmatici vedono immediatamente la data di scadenza, i più creativi mettono l’uovo in controluce pretendendo di intravedere il pulcino.

“Il guscio è importante, serve a proteggere. Mio nonno dà alle sue galline le conchiglie frantumate da mangiare, così i gusci saranno più forti”.

“Mia nonna dice che le uova sono ricche di calcio e proteine”.

Poi l’uovo viene rotto in un piatto: “Oddio, il mio si è sfasciato… Se lo sapesse mamma che è una cuoca!”.
Viene fatto scivolare da una parte all’altra, qualcuno preferisce spappolarlo e vedere come si mischiano tuorlo e albume. Qualcuno annusa, qualcuno più coraggioso assaggia: “La pellicina dentro ha un sapore orribile!”.

“Guarda, nel tuorlo c’è un coso bianco”, “Nel mio c’è tipo un occhio marrone”.
“Proviamo a descriverlo meglio”, suggeriscono con gentilezza le insegnanti.
“Direi che c’è una cosa filosa bianca”.
“Io dico che praticamente all’interno del guscio da una parte c’è solo una pellicina densa, dall’altra vedo sia quella densa che quella liquida”.
“A me ricorda le budella di un pesce!”
“Secondo me l’albume è una specie di liquido amniotico e serve a proteggere il pulcino”.

Ogni bravo insegnante sa che è essenziale dar valore a quel che dicono gli alunni, tutto è importante, tutto merita di essere ascoltato con cura: “Bravi, avete detto tutto!”, dicono le colleghe guardandosi con complicità. Nella prossima lezione ordineranno parole e pensieri, ma ora li lasciano esprimere in libertà.

Poi i gusci vengono frantumati in un bicchiere di carta e parte un improvviso e frastornante concerto di percussioni, che risveglia anche gli alunni più conquistati dalle mirabolanti coreografie del tuorlo in un piatto giallo.

Osservano poi cosa accade a un guscio coperto di aceto o all’albume che quando lo si mischia all’acqua calda “profuma di uovo strapazzato”.
E, come spesso accade, un profumo svela nuovi ricordi:
“Nonna monta l’albume quando fa il tiramisù”.
“A me ricorda il ciareghì, io adoro mangiarlo nel pane”.

Tutto ciò che ci fa diventare grandi accade spesso nelle nostre case.
È qui che fin da bambini aiutiamo in cucina perché “è così bello pasticciare insieme”, è qui che guardiamo un nonno prendersi cura dei suoi animali o aggiustare il tostapane in taverna, è qui che ci arrampichiamo sulla libreria per farci leggere una storia, è qui che osserviamo silenziosi una nonna minuta ricamare pazientemente le camicie di papà o mischiare energicamente uova e zucchero per preparare il più buono zabaione dell’universo.

Oggi a scuola, accanto a ognuno di noi, stavano seduti i nostri nonni.
Oggi durante la lezione di scienze abbiamo imparato tutti tante cose e siamo tornati a casa con la voglia di poterli presto abbracciare ancora.

 

 


 

#10

 

Anche il viaggio tra le scuole di Bergamo e provincia volge al termine.
È stato un percorso entusiasmante, che ci ha regalato bellissime emozioni e che ci auguriamo abbia saputo restituire agli e alle insegnanti tutta la nostra gratitudine per la passione e l’impegno investiti anche in questi mesi così complessi, anche in questa insolita edizione di BergamoScienza.
Perché senza di loro, e senza i bambini e le bambine, queste storie non sarebbero accadute e non avremmo potuto raccontarvele.

L’ultimo giorno ci troviamo alla Scuola Primaria De Amicis di Dalmine.
Arriviamo nel primissimo pomeriggio, alla fine della pausa pranzo. È un giorno di sole di metà ottobre e i bambini sono tutti infagottati mentre raccolgono foglie, lanciandole in aria saltellando come coniglietti.

“Tu sei la nuova maestra?”. Improvvisamente sono al centro della loro attenzione e, mentre si mettono in fila per raggiungere la classe, si presentano, salutano, sorridono il loro benvenuto.
Hanno una maestra, Lucia Milio, che ha insegnato loro come accogliersi con gentilezza.
La sua lezione inizia così: “Come state? Avete mangiato bene?”, con l’ascolto, con la cura necessaria ai buoni inizi.

I bambini e le bambine si accomodano ai propri banchi e mi accorgo che molti quasi non toccano terra. Sono piccoli, piccolissimi. Hanno iniziato la prima elementare neanche un mese fa.
Con loro il linguaggio cambia, bisogna portarli con sé in un mondo a loro più familiare, e Lucia è una straordinaria racconta storie.

“Oggi vi sembrerà di stare in classe, in realtà faremo un lunghissimo viaggio.”
A sei anni, ogni suggestione apre entusiasmo e nuovi mondi: “Andiamo in un deserto? Andiamo in un fiume? Andiamo al parco?”
“Allacciate le cinture e mettete il casco: oggi voliamo sulla Luna!”
“Sìììì” gridano all’unisono i bambini, mimando i gesti degli astronauti prima del lancio.
Sono già dentro la storia, ma sono loro la storia più bella: con gli occhi accesi, le bocche aperte, le parole che sgorgano così come viene.

La maestra ha dato a ognuno di loro un tablet. Insieme racconteranno questo volo.
Insieme lo scriveranno – programmandolo come navigati informatici. Fa un certo effetto se si pensa che non conoscono ancora i numeri e che alcuni di loro non distinguono la destra dalla sinistra.
Lo faranno utilizzano Scratch Jr, un ambiente di programmazione a blocchi usato per il coding che sollecita il ragionamento logico. Non devono digitare codici, ma trascinare dei blocchi in sequenza per compiere delle azioni.
E potranno farlo perché un’insegnante paziente e desiderosa di veder sbocciare i propri alunni li accompagna con professionalità e tenerezza.
“Dove ci sono i quadrati – quelli verso la finestra della classe – selezioniamo il nostro personaggio. Poi gli facciamo muovere alcuni passi per farlo entrare nella navicella spaziale. Poi la navicella dovrà muoversi verso l’alto.”

A poco a poco la storia si costruisce tra profondi sconforti e pure qualche lacrima.
In prima elementare le emozioni non hanno toni di grigio.
“Maestra mi è scomparso tutto!”
“Maestra ho sbagliato tutto!”

Lucia salta da un banco all’altro con una carezza, una parola di conforto e anche qualche rimprovero a chi non aspetta e clicca tasti come fossero caramelle da scoppiare, o a chi distrattamente usa il tablet a mo’ di specchio.

Infine, quando tutti hanno completato la sequenza, dopo una breve pausa, un respiro profondo, la verifica che le cinture siano ben allacciate, i piccoli astronauti sono pronti a decollare.
Un ultimo clic e la storia si compie: l’astronauta entra nella navicella, si avviano i motori e 3, 2, 1… “DECOLLO EFFETTUATO!”

I bambini e le bambine esultano, saltano in aria, ridono forte e fanno scoppiare un grandissimo applauso. Chissà quante volte hanno visto un video simile, quanti cartoni animati, ma nulla vale più di averne creato uno da soli.
“Maestra, ne facciamo un altro?”